Archivio

2019

N. 9 (2019): IL GENOCIDIO FRA MEMORIA, DIRITTO E MANIPOLAZIONE POLITICA

Nonostante l’adozione di un’apposita Convenzione da parte delle Nazioni Unite nel 1948, l’impiego del termine ‘genocidio’ continua a generare confusione e ambiguità – non solo in ambito legale – come sottolineato da Marzia Ponso, ricercatrice e docente di Storia contemporanea presso l’Università degli Studi di Torino. Se la Convenzione riporta infatti una definizione ristretta, che esclude le vittime appartenenti a minoranze politiche, i tribunali penali internazionali degli anni novanta hanno fornito una ridefinizione più ampia del fenomeno. Se la distinzione rispetto al ‘democidio’ appare netta, il riconoscimento di molte tragedie storiche come genocidio risulta ancora foriero di scontri e divisioni profonde.

È ancora oggetto di controversie, ad esempio, il caso bosniaco, raccontato in questo numero di Human Security da Arianna Piacentini, ricercatrice post-doc presso l’EURAC Research di Bolzano. Le guerre jugoslave dei primi anni novanta diedero sfogo alla strumentalizzazione politica delle differenze identitarie mentre le mire delle nuove potenze regionali portarono all’uso della pulizia etnica in Bosnia ed Erzegovina come strumento di conquista e consolidamento territoriale. L’eccidio di Srebrenica del 1995 rappresenta l’apice di un processo di cancellazione identitaria lungo almeno un decennio, ma parlare di genocidio rimane terreno di scontro acceso mentre le tensioni nazionalistiche continuano ad alimentare la narrazione politica regionale.

È invece generalmente riconosciuto il carattere genocidario del Metz Yeghern, lo sterminio degli Armeni nel 1915, anche se – come sottolinea il giornalista freelance  Simone Zoppellaro – esso rappresenta un caso emblematico e per molti versi estremo di politicizzazione di un fatto storico. Già Raphael Lemkin aveva preso a riferimento le similitudini tra Shoah e Metz Yeghern per coniare il neologismo ‘genocidio’, eppure, il riconoscimento di questa tragedia come tale rimane al centro di crisi diplomatiche, tensioni politiche e silenzi – in Turchia e non solo. 

Tristemente famoso è anche il caso del Ruanda che, insieme alla Shoah è stato spesso elevato a paradigma delle dinamiche genocidarie. A venticinque anni dal genocidio, Caterina Clerici ed Eléonore Hamelin, rispettivamente giornalista e video-giornalista freelance, raccontano la realtà delle donne ruandesi, tra i traumi del passato e il boom economico di oggi. Laddove le atrocità del 1994 avevano lasciato in eredità oltre 800mila morti, la quasi totale estraneità delle donne nella perpetrazione dei massacri ha permesso di elevarle a protagoniste del processo di ricostruzione nazionale. Mentre il Tribunale penale internazionale del Ruanda ha riconosciuto per la prima volta lo stupro come arma genocidaria, le migliaia di vittime e i bambini nati a seguito di quelle violenze restano però il simbolo di ferite profonde che, ancora oggi, la società civile fatica a ricucire.

Spinosa anche la questione della memoria storico-giuridica dei massacri del 1965 in Indonesia e della persecuzione degli Ebrei in Italia durante la Seconda guerra mondiale. Nel suo articolo, Guido Creta, laureato in Storia indonesiana presso l’Università degli Studi di Napoli “L’Orientale”, descrive come lo sterminio di mezzo milione di Indonesiani per mano del regime di Suharto rimanga tuttora avvolto in un cupo silenzio, seppellito da definizioni legali, considerazioni geopolitiche e negazionismo sistematico – con evidenti conseguenze sul contesto indonesiano attuale. Come sottolinea Creta, infatti, se è vero che definizioni legalistiche e processi di riconciliazione possono essere ottimi strumenti, non sono sufficienti per superare una tragedia simile se non accompagnati da una ricostruzione storica rigorosa e dall’individuazione dei responsabili. Di simile avviso è Nicolò Bussolati, avvocato e dottorando in Diritto penale internazionale, che nel suo articolo ripercorre la storia della persecuzione razziale in Italia per evidenziare come la mancanza di sanzioni o quanto meno di un momento di valutazione pubblica dei crimini commessi durante il periodo fascista lasci una profonda e pericolosa lacuna nella memoria storica italiana.

Per quanto gli orrori commessi in passato abbiano creato, almeno in linea di principio, uno stigma storico, non mancano oggi i casi di persecuzione su base identitaria, talvolta etichettati come ‘genocidi’ dalla società civile e dai media. Fra questi, ancora in evoluzione risulta la vicenda dei Rohingya, in Myanmar: le brutali campagne di terra bruciata condotte dal Tatmadaw a partire dal 2017 hanno causato la morte di migliaia di civili, lo stupro di centinaia di donne e l’arresto di diverse centinaia di persone. Come racconta Kyaw Zeyar Win, ricercatore presso il Peace Research Institute di Yangon, però, la “crisi dei Rohingya” non è un fenomeno nuovo ma il tragico risultato di politiche e pratiche istituzionalizzate di esclusione e discriminazione che non dovrebbero venire oscurate da dalla drammatica situazione umanitaria dei campi rifugiati in Bangladesh.

 


2018

N. 8 (2018): AL DI LÀ DEL MURO: TRA VECCHI EQUILIBRI E NUOVE DINAMICHE

I recenti avvenimenti del Mar d’Azov e il rapido approssimarsi delle elezioni ucraine hanno nuovamente portato sotto gli occhi del mondo non solo la regione del Donbass, ma tutta l’area un tempo sottoposta all’influenza sovietica. Se nel solo conflitto ucraino si contano oltre diecimila morti dal 2014 a oggi, le tensioni tra le diverse identità politiche rimangono altissime e le dinamiche geopolitiche quantomeno rischiose.

L’ottavo numero di Human Security volge così lo sguardo a est, concentrandosi su una delle aree di conflitto più discusse e tormentate degli ultimi decenni. Dalla penisola balcanica alle cime caucasiche,  la dimensione della sicurezza pone interrogativi cronici ed eterogenei, che dalla scena internazionale si estendono a quella locale, diventando fonte di preoccupazione quotidiana.

Oggi come trent’anni fa, la chiave di volta della regione risiede a Mosca. Se il crollo dell’Unione Sovietica aveva lasciato un improvviso vuoto di potere, dall’altra parte della “cortina di ferro” le risorse politiche e strategiche per imprimere un’accelerazione decisa al processo di democratizzazione dell’ex blocco sovietico sono state – e sembrano essere tutt’ora – insufficienti. In questo quadro, Irina Busygina, docente presso la Higher School of Economics di San Pietroburgo, evidenzia il fallimento della strategia temporeggiatrice dell’Unione Europea: le grandi speranze democratiche degli anni Novanta si sono oggi scontrate con la realpolitik e i modi autoritari del Cremlino, sempre meno disposto a tollerare intrusioni in quelle che considera aree di esclusiva influenza russa.

Al contempo, le relazioni politiche appaiono fortemente compromesse dalla paralisi nel processo di pace in Ucraina; il conflitto iniziato nel 2014, infatti, ha trovato nel febbraio 2015 un equilibrio tutt’altro che stabile. Analizzando i tre pilastri degli accordi di Minsk, Giulio Benedetti, studente presso la Higher School of Economics di San Pietroburgo, sottolinea lo stallo nel rispetto dei termini di pace, con i separatisti reticenti a sottomettersi nuovamente al controllo di Kiev che, dal canto suo, non sembra intenzionata a garantire quegli ampi margini di autonomia costituzionale che erano stati invece determinanti per il raggiungimento del cessate il fuoco. Il malcontento della popolazione e le difficoltà economiche, d’altra parte, creano un clima politico che, a pochi mesi dalle elezioni presidenziali, appare pericoloso.

Il disegno strategico di Mosca, al contrario, risulta saldo e coerente. Negli ultimi vent’anni Putin ha coagulato un ampio consenso intorno al suo disegno di restaurazione della Russia quale potenza protagonista dello scenario internazionale. Gabriele Natalizia, docente e ricercatore presso la Link Campus University, evidenzia come il presidente russo abbia instradato la propria linea politica su due binari che corrono in direzione opposta all’approccio multilivello e consensuale dell’Unione Europea: l’accentramento autoritario in reazione alle spinte autonomiste e il ripristino di una zona d’influenza politica esclusiva. Se i metodi di Mosca hanno suscitato forti impressioni nell’opinione occidentale, a Stati Uniti e Unione Europea è mancata però la determinazione politica a supportare alleati geograficamente remoti, come evidenziato dal conflitto georgiano del 2008.

Proprio il Caucaso appare come uno dei contesti dove le tensioni regionali risultano maggiormente esplosive. In un territorio punteggiato dalle rivendicazioni identitarie – nota Marco Valigi, docente e ricercatore presso l’Università degli studi di Bologna – la svolta verso un maggior interventismo della nuova amministrazione Trump rischia di sconvolgere i fragili equilibri attuali, rendendo nuovamente possibili i conflitti per procura, o proxy war.

Il carattere identitario del conflitto, d’altronde, resta pericolosamente vivo anche nei Balcani e soprattutto in Kosovo dove, a quasi vent’anni dalla fine della guerra, il processo distensivo tra la popolazione serba e quella kosovara resta difficile. Prendendo in considerazione l’enclave serba di Velika Hoča, Francesco Trupia, dottorando presso la Sofia University St Kliment Ohridski e collaboratore per il Forum for Glocal Change, sottolinea come la dimensione locale e la sfera del quotidiano, spesso trascurate dalle analisi top-down, rappresentino nuove sfide e opportunità per comprendere le relazioni tra Serbia e Kosovo.

Proprio la popolazione locale ritrova centralità nel quadro della missione OSCE in Kosovo (OMiK). William Brame, Lead Advisor presso EUAM, e Giuseppe Lettieri, membro del Department of Security and Public Safety dell’OSCE al momento della stesura dell’articolo, concludono questo numero di Human Security evidenziando i risultati del processo di riforma del settore della sicurezza (Security Sector Reform, SSR) nell’area di Ferizaj-Uroševac. Ponendo al centro della formazione delle forze di polizia il rapporto con le vittime di violenza, il progetto pilota “Confidence and Satisfaction in the Kosovo Police” ha aumentato la fiducia dei cittadini rispetto alle forze di polizia e, di conseguenza, contribuito a una rinnovata legittimità delle istituzioni locali, determinante per la riuscita dell’intera missione di pace e per la stabilità del paese.

 

N. 7 (2018): CONFLITTO, SICUREZZA UMANA E NUOVE TECNOLOGIE

Nel 2010, gli utenti di internet erano meno di 2 miliardi. Oggi, circa metà della popolazione mondiale è online e la crescita è rapida, soprattutto nei paesi in via di sviluppo. I nuovi prodotti e servizi di cui disponiamo stanno però facendo molto di più che fornire nuove possibilità: stanno cambiando il nostro modo di vivere, lavorare e relazionarci gli uni con gli altri.

Dai robot alle auto a guida autonoma, quella che fino a qualche anno fa sembrava solo fantascienza è oggi diventata realtà. Se è vero che l’intelligenza artificiale potrebbe migliorare notevolmente le nostre vite, è anche vero, però, che tutte le tecnologie possono essere utilizzate sia per contribuire al progresso umano che per servire obiettivi meno nobili, se non addirittura criminali. Il settimo numero di Human Security è quindi dedicato ad alcuni degli aspetti più critici della cosiddetta Quarta rivoluzione industriale e, in particolare, alla trasformazione tecnologica del conflitto e della sicurezza.

Ciò che vale per la sfera privata o per il settore industriale, infatti, vale anche per la guerra. Come sempre più spesso si legge sui giornali, i conflitti contemporanei non si limitano più ai tradizionali campi di battaglia – suolo, mare e aria – ma sembrano aver varcato la soglia di una nuova arena, potenzialmente sconfinata: lo spazio cibernetico. Non sorprende, quindi, il crescente interesse e la sempre maggiore attenzione alla cybersecurity. Giampiero Giacomello, docente di scienza politica all’Università di Bologna, sottolinea quanto l’uso di nuove tecnologie in settori sensibili come la finanza, l’assistenza sanitaria, le telecomunicazioni e i trasporti porti con sé nuovi rischi ed esponga governi e cittadini a “guerre con il computer” che possono colpire chiunque, dovunque e in qualsiasi momento.

Tra le tante sfide che il mondo deve affrontare, quella forse più intensa è capire quale sarà l’evoluzione del rapporto uomo-macchina in ambito bellico: è possibile delegare ai robot l’attività che da sempre ci distingue da tutti gli altri esseri viventi? Nel suo articolo, Christopher Coker, docente di relazioni internazionali alla London School of Economics and Political Science, approfondisce il tema, basando il proprio ragionamento sulle differenze fondamentali fra intelligenza artificiale e intelligenza umana.

Al di là delle possibili traiettorie future, l’impiego di armi in grado di agire autonomamente dall’intervento umano è realtà in diversi contesti di conflitto già da molti anni. Nonostante ciò, l’unico tentativo concreto di regolamentarne l’uso rimane quello di Isaac Asimov, che nel 1950 elaborò le tre leggi della robotica. Affrontando il tema da una prospettiva giuridica, Andrea Spagnolo, docente di Diritto internazionale umanitario presso l’Università di Torino, analizza il dibattito scaturito dal lavoro del Gruppo di esperti sulle armi autonome nell’ambito della Convention on Certain Conventional Weapons (CCW) ed evidenzia come la mancata regolamentazione delle armi autonome possa compromettere il rispetto dei principi cardine del diritto umanitario stabiliti dalle Convenzioni di Ginevra.

Se nel 1949 gli stati hanno riconosciuto la necessità di aderire a regole che proteggano i civili in tempo di guerra, Pier Luigi Dal Pino, direttore centrale delle relazioni istituzionali e industriali di Microsoft Italia e Austria, sottolinea la necessità di una Digital Geneva Convention che protegga i civili nel cyberspazio anche in tempo di pace. Descrivendo il ruolo fondamentale e l’impegno del settore privato nella prevenzione e nella gestione degli attacchi informatici, Dal Pino introduce il Cybersecurity Tech Accord, siglato recentemente dalle principali imprese informatiche, ed incoraggia i governi a fare altrettanto.

Chiude questo numero di Human Security un articolo a firma di Gioachino Panzieri, neolaureato presso l’Università di Torino, che guarda all’uso della tecnologia e in particolare all’attivismo digitale come strumento di analisi capace di catturare la complessità dei conflitti contemporanei a partire “dal basso” e quindi in grado di restituire un ruolo di primo piano alla popolazione locale e alla digital community a cui si l’informazione si rivolge.

 

N. 6 (2018): LA FRONTIERA URBANA DELLA SICUREZZA

Più della metà della popolazione mondiale vive oggi in contesti urbani. Entro il 2030 due persone su tre vivranno in centri metropolitani, mentre entro il 2050 questo rapporto salirà a tre persone su quattro. Sotto la spinta di un’urbanizzazione senza precedenti, le città stanno emergendo come crocevia politici, economici e culturali, e ridefinendo le agende internazionali di sviluppo e sicurezza.

Nonostante le molte opportunità offerte dalle città, alcune zone urbane sembrano oggi riecheggiare le criticità associate ai cosiddetti stati fragili o falliti. In queste “città fragili” le autorità statali faticano infatti a fornire servizi di base e ad assicurarsi il monopolio sull’uso legittimo della forza, lasciando spazio a vecchi e nuovi attori non-statali. Nel frattempo la vita quotidiana sembra per molti versi sempre più paragonabile alla vita in zone di guerra.

In altre parole, le città rappresentano nuove arene di complessi conflitti politici, sociali ed economici e, per questa ragione, negli anni a venire saranno al centro di un maggiore impegno da parte di accademici, policy-makers e practitioners. Su questa linea, i testi e le immagini di questo numero di Human Security richiamano l’attenzione sulla dimensione urbana della violenza e della sicurezza umana nel tentativo di evidenziarne le diverse sfaccettature e le criticità che ne derivano, tanto per chi studia questi fenomeni quanto per chi in questi contesti fornisce aiuti umanitari o lavora per ridurre e prevenire la violenza.

Kieran Mitton, autore del primo articolo di questo numero e docente di Relazioni Internazionali al King’s College di Londra, analizza i fattori che contribuiscono alla crescente centralità della violenza urbana nelle dinamiche globali di conflitto, sicurezza e sviluppo. Mitton afferma che con tutta probabilità sarà infatti questo fenomeno a caratterizzare il XXI secolo, richiedendo quindi un maggiore sforzo collettivo da parte degli attori coinvolti nella formulazione di risposte adeguate. Segue un articolo di Tommaso Messina, ricercatore e analista presso la Institutional Shareholder Services, che, partendo dal riconoscimento della maggiore sistematicità con cui diverse organizzazioni internazionali affrontano oggi il tema della violenza urbana, esplora i presupposti su cui si basa questa nuova traiettoria di interventi umanitari e riflette sui limiti derivanti da come la violenza urbana viene rappresentata e compresa dalle organizzazioni umanitarie.

Una delle manifestazioni più note della violenza urbana è sicuramente il fenomeno delle street gang. Nonostante esse non rappresentino una novità in assoluto e siano diffuse in tutto il mondo, gli aspetti identitari, organizzativi e culturali che contraddistinguono le gang sono spesso trascurati. A fronte di questa mancanza, Fabio Armao, docente di Urban Security e di Politica e Processi di Globalizzazione presso l’Università degli Studi di Torino, descrive come le gang siano in grado di accrescere la coesione intragruppo attraverso la creazione di subculture e di ideologie, capaci di fornire ai loro membri un sistema di regole e norme comuni che, a loro volta, contribuiscono ad alimentare un senso di appartenenza e identità collettiva che il contesto istituzionale non riesce a garantire loro. Continua la riflessione sulle gang, Donna De Cesare, ricercatrice, fotografa e documentarista, che attraverso le sue parole e i suoi scatti racconta l’impatto che la violenza urbana, le gang e le politiche repressive per contrastarle, possono avere sulla vita delle persone, anche a migliaia di chilometri di distanza.

Concludono il focus sulle gang giovanili David C. Brotherton e Rafael Gude che insieme hanno condotto una ricerca etnografica e d’archivio sui fattori strutturali e culturali che hanno portato l’Ecuador a optare per una politica di inclusione sociale, legalizzando le gang. Nell’analizzare il successo di questa iniziativa politica e le ricadute positive che questa scelta ha avuto sulla società ecuadoregna a dieci anni di distanza, l’articolo di Brotherton e Gude sposta anche l’attenzione del lettore dall’analisi del fenomeno alla ricerca di risposte concrete che vadano al di là delle politiche repressive o del mero dispiegamento di forze di sicurezza, per adottare un approccio più trasformativo, facendo degli attori violenti e criminali i protagonisti di un più ampio processo di cambiamento sociale. Chiude questo numero di Human Security, Omar Degan, giovane architetto che ha deciso di mettere la sua passione al servizio del suo paese di origine, la Somalia, sottolineando come il ruolo degli spazi pubblici rappresenti un’opportunità che architetti ed esperti di pianificazione urbana dovrebbero sfruttare meglio per ridurre la disuguaglianza, mitigare la violenza e contribuire alla ricostruzione non solo degli spazi fisici, ma anche – e soprattutto – di quelli sociali in contesti delicati e complessi come quelli post-conflittuali.

 

2017

N. 5 (2017): ANTIPIRATERIA, SICUREZZA PRIVATA E LIBERTÀ DI NAVIGAZIONE: ORIZZONTI DELLA SICUREZZA IN MARE

Nel corso degli anni 2000, il deterioramento della sicurezza in mare ha suscitato sempre maggiori preoccupazioni, tanto a livello globale quanto nazionale. Il riemergere di fenomeni come la pirateria o l’acuirsi di tensioni geopolitiche rappresentano infatti sfide complesse, che richiedono risposte trasversali, coinvolgendo svariati attori a più livelli. Il numero di Human Security che va a chiudere il 2017 si occupa quindi di sicurezza marittima, offrendo ai lettori approfondimenti e analisi di questioni che raramente sono oggetto di dibattito pubblico, specialmente in Italia.

In apertura, Stefano Ruzza, docente di Conflitto, Sicurezza e Statebuilding presso l’Università degli Studi di Torino, sottolinea infatti come oltre ai problemi derivanti dalla crisi migratoria nel Mediterraneo, anche la pirateria ha avuto implicazioni significative – e talvolta non scontate – per i cittadini “a terra”. Le missioni militari come EUNAVFOR “Atalanta” o NATO “Ocean Shield”, pur avendo svolto un ruolo indispensabile, da sole non sono state sufficienti ad arginare il problema ed è stato necessario introdurre, a livello internazionale, anche l’imbarco di team armati a bordo del naviglio mercantile.

L’Italia – così come altri paesi – ha dovuto quindi riadattare il suo approccio alle attività antipirateria. In particolare con la Legge 130/2011, anche l’Italia ha introdotto la possibilità di imbarco di team armati su navi mercantili, rispondendo alle sollecitazioni provenienti dalla propria armatoria. Ed è proprio Luca Sisto, vicedirettore generale di Confitarma, a portare avanti la riflessione sulla specificità del caso italiano nell’impiego di personale armato, militare o privato, quali team di protezione a bordo dei mercantili. Intervistato da Ruzza, Sisto delinea l’evoluzione e le problematiche del panorama legale e istituzionale italiano in materia partendo dall’esperienza diretta di Confitarma e dal ruolo che l’armatoria italiana ha avuto nella creazione del modello “duale” previsto dalla Legge 130.

Conclude il focus sulla pirateria l’articolo seguente, a firma di Vincenzo Pergolizzi e Esther Marchetti che danno voce a un altro stakeholder di spicco: Metro Security Express (MSE). Primo Istituto di Vigilanza italiano ad aver ottenuto la licenza per effettuare servizi di antipirateria marittima, MSE ha dovuto affrontare e superare svariati scogli di ordine logistico, amministrativo e burocratico. Nel loro articolo, Pergolizzi e Marchetti accompagnano il lettore attraverso le fasi necessarie per poter operare e contribuire a quella che gli autori stessi definiscono “sicurezza partecipata” fra pubblico e privato.

Inserendosi nel più ampio dibattito sul ruolo del settore privato in ambito di sicurezza marittima, Eugenio Cusumano, docente di relazioni internazionali e studi europei presso l’Università di Leiden, sposta l’attenzione sulla questione spinosa della gestione dei flussi migratori, analizzando come la maggiore partecipazione di organizzazioni non governative nelle operazioni di salvataggio in mare abbia consentito un maggiore coinvolgimento delle aziende di sicurezza privata nella gestione della crisi libica, non senza criticità.

Come già accennato, la dimensione marittima della sicurezza è all’ordine del giorno anche nell’agenda internazionale. Chiude pertanto il quinto numero di Human Security un approfondimento di stampo più prettamente geopolitico sulla libertà di navigazione, affrontato da prospettive diverse da Marco Giulio Barone e Simone Dossi. Il primo, analista de Il Caffè Geopolitico, si concentra sulle sfide poste dalle bolle di interdizione A2/AD alla capacità degli Stati Uniti di porsi come garanti della libertà dei mari. Simone Dossi, ricercatore e docente presso l’Università degli Studi di Milano, rovescia la prospettiva osservandola dalla posizione dell’altra grande potenza, la Cina, che, pur interessata allo sviluppo di sistemi A2/AD, dal venire meno della sicurezza della navigazione commerciale ha certamente molto da perdere.

 

N. 4 (2017): SICUREZZA UMANA OLTRE CONFINE

Da qualche anno a questa parte “la crisi dei migranti” domina le testate giornalistiche e i media europei. Senza dubbio la gestione dei flussi migratori contemporanei è uno dei temi più salienti nelle agende politiche nazionali e internazionali. Le migrazioni sono però un fenomeno poco compreso. Come affermato dal sociologo olandese Hein de Haas, infatti, molti dei ragionamenti, delle discussioni e delle politiche in materia di migrazione sono formulati sulla base di falsi miti con conseguenze talvolta disastrose per gli individui che decidono per una ragione o per l’altra di lasciare la loro casa. Questo numero di Human Security tenta di superare questa impasse guardando ad alcune delle molteplici dimensioni e sfaccettature del fenomeno migratorio. Quando parliamo di “migrazione” facciamo riferimento a un aspetto quasi caratterizzante della vita umana. Da sempre, infatti, l’essere umano si sposta in cerca di nuove opportunità o per sfuggire alla povertà, al conflitto e a condizioni ambientali sfavorevoli. La peculiarità dell’epoca contemporanea è piuttosto rappresentata dagli sforzi dei singoli stati di regolamentare il movimento di persone all’interno e all’esterno dei loro confini. Sforzi che sempre più spesso sembrano stridere con il tema dei diritti umani e della protezione internazionale, come evidenziato da Michela Ceccorulli, docente e ricercatrice presso l’Università di Bologna, che nel suo articolo prende in esame le recenti proposte di riforma del sistema di asilo in Europa da una prospettiva di human security. Continua la riflessione sull’impatto delle migrazioni e delle politiche volte a gestirle Silvia Giletti Benso, già docente presso l’Università di Torino, che, con un taglio più antropologico, sottolinea come inquietanti meccanismi di dominio e controllo caratterizzino alcune fra le più battute rotte migratorie, causando livelli di violenza tali da trasformarle in “itinerari di morte”, tanto nel Mediterraneo quanto in Messico. Infatti, nonostante ci si concentri spesso esclusivamente sul continente europeo, la migrazione è un fenomeno globale che si declina in forme diverse in contesti diversi. L’articolo seguente, a firma di Nicholas Farrelly, Associate Dean del College of Asia and the Pacific della Australian National University, sposta l’attenzione sul Sud-est asiatico e in particolare sul Myanmar, paese di origine di milioni di migranti che, alla ricerca di condizioni di vita migliore, varcano i confini nazionali, affrontando situazioni pericolose e influenzando notevolmente l’economia della regione. Farrelly esamina anche la questione del ritorno dei lavoratori migranti in un contesto già di per sé contraddistinto da tensioni e violenze di lunga data. Anche il rapporto fra migrazione e sicurezza è controverso. Da un lato, i conflitti scatenano grandi ondate di migrazioni, dall’altra i flussi di rifugiati in arrivo rappresentano una sfida per l’accoglienza e l’integrazione. Si pensa spesso, infatti, che le migrazioni – e in particolare le diaspore – causino instabilità nei luoghi di insediamento o che addirittura stabiliscano o mantengano collegamenti con il “terrorismo internazionale”. Nel suo articolo Elise Féron, ricercatrice presso il Tampere Peace Research Insitute dell’Università di Tampere, sfida la linearità e l’automatismo di questo assunto, esaminando diversi fattori che contribuiscono alla definizione dell’identità politica delle diaspore generate dai conflitti. Segue un articolo di Claudio Bono, consulente dell’International Training Centre dell’ILO, che evidenzia come anche le vicissitudini storiche influenzino le politiche nazionali contemporanee in materia di migrazioni, specialmente in un paese come la Giordania che negli anni ha dovuto affrontare le criticità socio-economiche, politiche e di sicurezza date dall’impatto dei moltissimi migranti provenienti della turbolenta regione mediorientale. Ribadendo ulteriormente l’importanza di tenere in considerazione la complessità dei fenomeni migratori nella definizione di politiche adeguate, Lorenzo Nannetti, analista de Il Caffè Geopolitico,  chiude questo numero di Human Security con una valutazione delle complesse dinamiche conflittuali, politiche, demografiche e ambientali che motivano la scelta di chi, nonostante i rischi e la forte deterrenza europea, decide di partire dall’Africa alla volta del Vecchio Continente.

 

N. 3 (2017): UGANDA E MALI: CONFLITTO E SICUREZZA IN AFRICA

Per la sua storia di insicurezza diffusa, il continente africano è sempre stato sotto i riflettori internazionali. La narrativa dominante, tuttavia, tende spesso a concentrarsi su alcuni contesti piuttosto che altri e a trascurare il ruolo di individui e strutture sociali, fornendo una lettura parziale – se non addirittura fuorviante – dei conflitti e delle tensioni che affliggono la regione. Nel tentativo di contribuire a una riflessione più ampia, questo numero di Human Security è dedicato interamente all’Africa.

Il primo fronte di conflitto preso in esame è quello dell’Uganda in cui la guerra civile ventennale combattuta nel nord del Paese tra il governo e la guerriglia guidata dal tristemente noto Joseph Kony monopolizza l’attenzione dei media e della comunità internazionale. Benché meno famosa, anche la regione occidentale del Paese è teatro di scontri e conflitti ricorrenti che affondano le loro radici nel periodo coloniale. Apre questo numero di Human Security Cecilia Pennacini, docente di Antropologia Culturale all’Università di Torino e direttrice della Missione Etnologica italiana in Africa Equatoriale. Pennacini richiama l’attenzione sulla regione del Rwenzori, al confine con il Congo, descrivendo come tanto le scelte politiche coloniali quanto quelle recenti abbiano influenzato le complesse dinamiche identitarie nell’area, alimentando tensioni e sentimenti di odio. Segue un articolo di Stefano Ruzza, docente di Conflitto, Sicurezza e Statebuilding all’Università di Torino e membro della medesima missione Etnologica, che approfondisce il quadro aperto da Pennacini richiamando la storia delle insurrezioni nel Rwenzori e legandola alle attuali politiche identitarie ed elettorali, per spiegare i cicli di violenza che ne sono discesi.

Il secondo scenario analizzato è quello maliano, caratterizzato dal susseguirsi di scontri e violenze, colpi di stato militari e insurrezioni, specialmente nel nord del Paese. La duplice crisi del 2012 e la presenza di gruppi armati tuareg-jihadisti hanno riportato il conflitto in Sahel al centro del dibattito pubblico e delle attenzioni della comunità internazionale. Nonostante il sempre maggior coinvolgimento di attori esterni, i tentativi di risposta all’instabilità del Mali hanno fallito e il Paese rischia ancora oggi di trasformarsi in uno stato fallito. Caterina Pucci, analista de Il Caffè Geopolitico, traccia la storia del Mali a partire dalla sua indipendenza ed evidenzia come l’incapacità del governo e delle istituzioni di comprendere e gestire la complessità del territorio “umano” rappresenti da sempre un forte limite alla stabilità del Paese. L’articolo seguente, a firma di Edoardo Baldaro, dottore di ricerca presso la Scuola Normale Superiore, affronta la crisi del 2012 sfidando l’interpretazione dominante che vede il Mali come una “vittima” del terrorismo di matrice islamica e ponendo invece l’accento sulle dinamiche che hanno generato la rottura del patto sociale su cui si era retta la democrazia maliana.

Chiude questo numero di Human Security una riflessione di Gearoid Millar, docente di Sociologia presso l’Institute for Conflict, Transition, and Peace Research dell’Università di Aberdeen, sul fallimento delle istituzioni nel soddisfare le aspettative dei cittadini e offrire esperienze positive di giustizia e sicurezza. Fenomeno che, purtroppo, rappresenta una debolezza di molti processi di ricostruzione post-conflitto nel contesto africano odierno.

 


2016

N. 2 (2016): HUMAN (IN)SECURITY E AMBIENTE

Più di qualsiasi altro fenomeno, il cambiamento climatico attrae sempre più l’interesse del mondo accademico e di quello politico. Quest’anno lo Stockholm International Peace Research Institute (SIPRI) ha inserito per la prima volta nel suo Yearbook un capitolo dedicato alla relazione fra clima e sicurezza, definendo il cambiamento climatico un “moltiplicatore di minacce”. Sulla stessa linea, Charles Geisler, Professore Emerito della Cornell University, apre questo numero di Human Security esplorando le connessioni fra cambiamento climatico, violenza e sicurezza umana nel contesto africano. Segue un articolo di Teemu Palosaari, ricercatore al Tampere Peace Research Institute (TAPRI), in Finlandia, che introduce il “paradosso Artico” e la questione controversa dell’interrelazione fra presenza di risorse naturali e conflittualità.

La sicurezza umana è infatti indissolubilmente legata tanto ai cambiamenti ambientali quanto all’accesso alle risorse naturali. L’acqua è stata definita l’oro blu e il petrolio del 21° secolo e indicata come la risorsa naturale che nei prossimi decenni potrebbe calamitare tassi di conflittualità interstatale tali da scatenare il terzo conflitto mondiale. Parallelamente a un’accresciuta politicizzazione dell’acqua, tanto a livello domestico, quanto sul piano internazionale, si è sviluppato dunque un intenso dibattito in cui si sono affermati concetti quali idropolitica o diplomazia dell’acqua. Il primo dei pezzi proposti sul tema, a firma di Andrea Martire, analista de Il Caffè Geopolitico, offre una panoramica e breve analisi delle situazioni più rappresentative di conflittualità, reale o potenziale, sulla gestione delle risorse idriche fluviali a livello internazionale. A seguire, Gabriele Giovannini, dottorando presso la Northumbria University, propone un focus più specifico e dettagliato sulle dinamiche di conflitto e cooperazione tra paesi rivieraschi a monte e a valle del fiume Mekong partendo dal caso della diga di Xayaburi.

A chiudere, due articoli incentrati sulla città intesa come un ambiente multi-dimensionale che influenza e condiziona la sicurezza umana. Annalisa De Vitis, analista de Il Caffè Geopolitico, evidenzia come la portata e la velocità dei processi di urbanizzazione compromettano la capacità di alcune città di garantire livelli adeguati di human security. I membri del gruppo Architetti Migranti, invece, presentano alcune delle riflessioni emerse della loro ricerca nella città di Tigre, a nord di Buenos Aires, dove percezione di insicurezza e massificazione del lusso hanno plasmato i modelli di sviluppo abitativo urbano, dando vita al fenomeno delle città privatizzate che, oltre a inasprire le disuguaglianze sociali, hanno un notevole impatto ambientale.

 

N. 1 (2016): RIPENSARE LA SICUREZZA GUARDANDO AL CONFLITTO

Il conflitto è l’attività umana che investe più profondamente di qualunque altra le molteplici dimensioni dell’esistenza di chi vi è coinvolto: dalle idee di sé e dell’altro, all’integrità fisica e morale, passando per la disponibilità delle risorse essenziali alla sopravvivenza e dello spazio fisico necessario a renderla materialmente accettabile. Il modo e la misura in cui ciascuna di queste è toccata finisce, a sua volta, per influenzare la dinamica del conflitto.
La riflessione più immediatamente accessibile al pubblico italiano su questo fenomeno richiama tuttavia l’attenzione principalmente su due aspetti: il commercio delle armi e le azioni compiute dai governi – direttamente coinvolti o terzi – nello sforzo di soffocarlo, contenerlo, superarlo. Per quanto importanti, questi elementi costituiscono soltanto una parte del quadro che non ne può rendere l’insieme.

Human Security (HS) si propone di favorire una migliore comprensione del conflitto adottando la prospettiva della sicurezza umana. La human security richiama infatti l’attenzione sul ruolo giocato dagli individui e dalle strutture sociali in cui essi vivono e operano: fattori oggi posti al centro della loro riflessione anche dagli attori tradizionalmente più interessati, i militari, attraverso il concetto di human terrain.

L’intento di HS è fornire ai suoi interlocutori – professionisti esperti o semplici interessati – una lettura dei conflitti contemporanei che permetta di coglierne genesi, sviluppi e prospettive di trasformazione, nella logica appunto della conflict transformation. Con rigore, ma con uno stile chiaro, asciutto e puntuale, HS propone i risultati della miglior ricerca prodotta in questo campo a livello nazionale e internazionale, curando in particolare le indicazioni di policy.

 


1 - 9 di 9 elementi