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Mutamenti nel diritto al lavoro delle persone con disabilità. Un processo di civilizzazione incompiuto


Abstract


Negli ultimi decenni la concezione socialmente diffusa della disabilità è cambiata notevolmente nella società italiana come si può evincere dai mutamenti intervenuti nella legislazione e nelle politiche volte a garantire l’integrazione e l’inclusione delle persone con disabilità.


Di fronte a evidenti progressi intercorsi in vari ambiti della vita sociale, che in alcuni momenti hanno persino preceduto l’affermazione di importanti principi in convenzioni e trattati internazionali o nelle direttive europee, nell’ambito della vita economica emerge con tutta evidenza una refrattarietà del legislatore italiano ad adottare misure normative e regolamentari, dotate di efficacia immediata e auto-esecutive, che rendano esigibile il diritto soggettivo alla non discriminazione nell’accesso al lavoro e sul posto di lavoro delle persone con disabilità.

Le recenti modifiche legislative in materia di licenziamento (2015) e ancor di più quelle relative alla recezione del principio di ragionevole accomodamento, intervenute a seguito della condanna della corte di giustizia europea per inadempimento nella trasposizione della direttiva 2000/78 CE, potrebbero segnare una svolta nella giurisprudenza italiana, fin qui caratterizzata da una prevalente preoccupazione per la garanzia della libertà di impresa a fronte del diritto alla non-discriminazione.

Senza entrare nel merito della disparità di vedute tra una parte della dottrina e gli orientamenti giurisprudenziali fino ad oggi prevalenti, e senza azzardare alcuna previsione sull’evoluzione impressa agli orientamenti giurisprudenziali futuri dalle nuove norme sui licenziamenti e quelle sul reasonable accomodation, con il nostro paper vogliamo sottolineare come alla base delle resistenze del legislatore italiano ad adottare norme chiaramente anti-discriminatorie in tema di inserimento lavorativo delle persone disabili vi sia un processo di civilizzazione culturale da compiere.

Due sono le direttrici fondamentali, tra loro congruenti e complementari:

  • Il passaggio dalla attuale visione dell’organizzazione del lavoro come assetto determinato imperativamente da forze esogene, di mercato e tecnologiche, che richiede agli individui un totale adattamento, a una visione del lavoro organizzato come situazione frutto di scelte sempre correggibili, secondo la quale, oltre che in base alla redditività e all’efficienza, i processi organizzativi devono essere valutati in base a parametri sociali altrettanto importanti, quali l’equità, l’inclusione, la non discriminazione e il benessere organizzativi;
  • Il passaggio da un concezione pessimistica del rapporto tra disabilità e ambiente, che vede effetti perlopiù negativi (disablement) su cui intervenire con politiche assistenzialistico-riparative, a una concezione che riconosce la possibilità di circoli virtuosi in quel rapporto (enablement) grazie a politiche di promozione delle capacità individuali; quest’ultima sposta il focus da una analisi classificatoria delle menomazioni della persona disabile e dalle possibili compensazioni in chiave di utilità per l’impresa a una analisi più completa in termini di funzionamenti e capacità a cui è sottesa una teoria dello sviluppo umano sostenibile i cui pilastri sono: eguaglianza, sostenibilità, partecipazione e produttività.


In conclusione, vedremo come queste due direttrici suggeriscono linee guida per politiche di inserimento lavorativo e una riscrittura di alcune norme della Legge 68/1999.


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